Ho avuto modo di incontrare la Mediazione
Familiare parecchio tempo fa, quando frequentavo le mie lezioni presso la Facoltà di Giurisprudenza. Ricordo di aver notato la grande locandina
rosa in bacheca, e di essermi avvicinata incuriosita per scoprire di cosa
trattasse quel Master che vi veniva pubblicizzato.
Da quella mattina, ogni giorno prima di entrare in aula mi fermavo a rileggere le poche righe del bando; divenne presto un’abitudine anche negli anni a venire. Così, lentamente e quasi per caso, si è fatta in me la convinzione che i miei studi non avrebbero potuto rivolgersi che a quel settore. È iniziato insomma un interesse che mi ha accompagnato lungo tutta la mia carriera universitaria, mi ha guidato verso una specifica formazione nel settore e mi ha portato infine a fare di questa passione una professione.
Da quella mattina, ogni giorno prima di entrare in aula mi fermavo a rileggere le poche righe del bando; divenne presto un’abitudine anche negli anni a venire. Così, lentamente e quasi per caso, si è fatta in me la convinzione che i miei studi non avrebbero potuto rivolgersi che a quel settore. È iniziato insomma un interesse che mi ha accompagnato lungo tutta la mia carriera universitaria, mi ha guidato verso una specifica formazione nel settore e mi ha portato infine a fare di questa passione una professione.
Spesso in questi anni mi sono chiesta cosa mi spingesse così ineluttabilmente verso la Mediazione familiare, e mi sono data risposte diverse. Ma forse il motivo stesso del mio interesse stava
in questa parola, “mediazione”, che rimanda al latino «mediàre», a sua volta
derivante da «médius», che è nel mezzo,
ove quest’ultimo nel suo significato originario si lega al concetto di qualcosa
situato tra due tempi o tra due cose
opposte. Ancora
oggi ciò che maggiormente mi affascina della Mediazione Familiare è questo suo
collocarsi tra polarità, in un’ottica di equivicinanza (non di equidistanza,
sarebbe limitante), di accoglienza della diversità e del “disordine”, dando
alle parti ed allo stesso mediatore la possibilità di realizzare “quella giusta tensione tra opposti”[1] sia dentro che fuori di sé.
[1] Cito in questa sede il titolo del bellissimo
articolo di Giuseppe Ruggiero, pur assumendolo in una prospettiva diversa da
quella del suo Autore, che colloca il suo discorso sul profilo della buona
formazione del mediatore familiare. Fatta questa premessa, rimando al saggio di
Ruggiero per qualsiasi approfondimento. RUGGIERO G. Quella giusta tensione tra gli opposti. Come si diventa mediatore
familiare. in Mediazione Familiare Sistemica, 2, pagg. 60-66.

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