venerdì 29 novembre 2013

La promessa della Mediazione Familiare



Ciascun essere umano forma la propria esperienza del mondo a partire dalla sua relazione con ciò che da lui è Altro; eppure fin troppo spesso la diversità viene letta come minaccia, e per questo motivo la presenza di ciò che è diverso arriva a generare paura, ansia, sospetto; da tali condizioni di partenza è facile passare al conflitto.
Non dobbiamo dimenticare infatti che, come scrive lo psicoterapeuta e mediatore familiare Pasquale Busso, “ciò che sta alla base del conflitto distruttivo è la trasformazione delle differenze in contraddizioni o in contrapposizioni”.  Per questo motivo la mediazione sistemica pone tra le sue mete, oltre alla prioritaria ricerca e valorizzazione delle obiezioni, proprio la ristrutturazione delle differenze in risorse, così da “trovare un accordo pragmatico su come utilizzare in positivo le diversità”.

Le differenze infatti possono condurre ad uno scontro, ma allo stesso tempo esse costituiscono l’occasione per ridisegnare un sistema più coerente seppur all’apparenza più complesso. Potremmo arrivare a dire che una nuova visione del conflitto come opportunità di trasformazione consente al conflitto-risorsa di sostituirsi alla concezione del conflitto-minaccia. Paradossalmente allora il conflitto, portatore di caos e disordine, diventa promotore di un nuovo ordine, contribuendo a stabilire nuove relazioni, definire i ruoli e precisare le posizioni reciproche.
Sino ad ora però abbiamo trascurato di parlare di una variabile fondamentale, che pure rappresenta una premessa di grande importanza nella trattazione della tematica in oggetto. Infatti, al di là del tentativo di recuperare un senso positivo del conflitto, non possiamo dimenticare di occuparci della sofferenza che spesso esso comporta per le parti coinvolte.
Da una prospettiva strettamente centrata sugli attori coinvolti, potremmo dire che il conflitto nasca dall’incontro di due desideri contrapposti, che in quanto tali si oppongono l’uno all’altro, per cui non può esservi (almeno apparentemente) soddisfazione di uno senza frustrazione dell’altro. Ciò che rende tale situazione ancora più tragica è la convinzione (più o meno consapevole) che spesso si accompagna a tale scontro: ciascuna nelle fazioni in lotta assume l’idea per cui l’appagamento del proprio desiderio costituisce una condizione addirittura vitale per sé; per questo motivo non può trovare spazio alcuna rinuncia o concessione all’avversario. 
Come se ciò non bastasse, da tali condizioni si arriva senza difficoltà a sviluppare una dinamica per cui i due protagonisti del conflitto arriveranno a lottare non più tanto per l’oggetto, ma proprio per eliminare il proprio rivale. Infatti se non c’è spazio al riconoscimento reciproco, lo scontro diventa occasione di annientamento dell’avversario. Si tratta di una dinamica ben conosciuta a chi ad esempio abbia avuto modo di assistere a sedute di mediazione familiare nelle quali i toni del conflitto fossero decisamente elevati: in questa guerra ogni strumento è lecito per giungere alla vittoria.
Ci chiediamo a questo punto quale spazio possa trovare la mediazione nel contesto sin qui abbozzato; per meglio dire, la nostra attenzione è rivolta a quali siano le condizioni e le modalità per mezzo delle quali tale processo riesce a produrre una trasformazione a livello della relazione conflittuale. Sappiamo, con le parole di J. Morineau, che “la sua specificità è quella di accogliere il disordine. Ma in quale modo la mediazione può far fronte a un simile intento? Il conflitto è la manifestazione più rappresentativa del disordine, sia a livello individuale che collettivo. [….] Per rispondere all’attesa, bisogna essere coscienti del carattere eccezionale dell’incontro che avviene con la mediazione”.
Il nostro interesse si focalizzerà allora sull’incontro, e sul ruolo del mediatore nel favorire tale dinamica. In questo lavoro ci aiuta una percezione del conflitto quale fenomeno relazionale soggetto a continue trasformazioni, motivo per cui esso rappresenta un’esperienza potenzialmente positiva per gli attori coinvolti. In questo contesto il compito del mediatore sarà quindi quello di accompagnare le parti nella loro interazione, a partire da quello che mi sento di ritenere un presupposto fondamentale per la realizzazione di un incontro veramente umano, ovvero l’attuazione del riconoscimento reciproco. È importante sottolineare però come per riconoscimento reciproco si intenda qualcosa che trascende la semplice accettazione contingente: diviene invece accoglimento dell’unicità e della diversità dell’Altro.
Peculiarità della mediazione, in tale percorso, è la volontà di orientarsi a sostenere e incentivare l’esperienza comune delle parti in conflitto, così che queste ne facciano una risorsa attivabile per la gestione del loro rapporto; il tutto trascendendo la semplice ricerca del compromesso o dell’adattamento reciproco. Naturalmente si tratta di un obiettivo non facile, soprattutto in quelle situazioni (quali spesso sono, ad esempio, le separazioni coniugali) nelle quali tendono a prevalere bisogni antagonistici e prospettive che si fondano su obiettivi diversi. La mediazione familiare offre allora la possibilità, attraverso il sostegno di un terzo, che la ridefinizione delle rappresentazioni di Sé e dell’Altro possa avvenire per mezzo di un confronto tra i soggetti coinvolti,  mettendo loro a disposizione uno “spazio di parola”: un luogo nel quale è concesso “di dire e di ascoltare”, permettendo il realizzarsi di un incontro e di un recupero di parti di Sé, dell’Altro e del rapporto stesso che li ha uniti, e che sotto tale profilo continuerà ad unirli.
Accompagnare le persone che vivono un conflitto a riscoprire che appartiene a loro stessi la possibilità di gestire in modo trasformativo la propria modalità relazionale, sperimentando un nuovo modo di vedere se stessi, l'Altro e la propria relazione: in questo potremmo dire si sostanzia, in sintesi, la promessa della mediazione.

Nessun commento:

Posta un commento