Ciascun
essere umano forma la propria esperienza del mondo a partire dalla sua
relazione con ciò che da lui è Altro; eppure fin troppo spesso la diversità
viene letta come minaccia, e per questo motivo la presenza di ciò che è diverso
arriva a generare paura, ansia, sospetto; da tali condizioni di partenza è
facile passare al conflitto.
Non
dobbiamo dimenticare infatti che, come scrive lo psicoterapeuta e mediatore familiare
Pasquale Busso, “ciò che sta alla base
del conflitto distruttivo è la trasformazione delle differenze in contraddizioni
o in contrapposizioni”. Per questo motivo
la mediazione sistemica pone tra le sue mete, oltre alla prioritaria ricerca e
valorizzazione delle obiezioni, proprio la ristrutturazione delle differenze in
risorse, così da “trovare un accordo
pragmatico su come utilizzare in positivo le diversità”.
Le
differenze infatti possono condurre ad uno scontro, ma allo stesso tempo esse
costituiscono l’occasione per ridisegnare un sistema più coerente seppur all’apparenza
più complesso. Potremmo arrivare a dire che una nuova visione del conflitto
come opportunità di trasformazione consente al conflitto-risorsa di
sostituirsi alla concezione del conflitto-minaccia. Paradossalmente
allora il conflitto, portatore di caos e disordine, diventa promotore di un
nuovo ordine, contribuendo a stabilire nuove relazioni, definire i ruoli e
precisare le posizioni reciproche.
Sino ad
ora però abbiamo trascurato di parlare di una variabile fondamentale, che pure
rappresenta una premessa di grande importanza nella trattazione della tematica
in oggetto. Infatti, al di là del tentativo di
recuperare un senso positivo del conflitto, non possiamo dimenticare di
occuparci della sofferenza che spesso esso comporta per le parti coinvolte.
Da una prospettiva strettamente centrata sugli attori
coinvolti, potremmo dire che il conflitto nasca dall’incontro di due desideri
contrapposti, che in quanto tali si oppongono l’uno all’altro, per cui non può
esservi (almeno apparentemente) soddisfazione di uno senza frustrazione
dell’altro. Ciò che rende tale situazione ancora più tragica è la convinzione
(più o meno consapevole) che spesso si accompagna a tale scontro: ciascuna
nelle fazioni in lotta assume l’idea per cui l’appagamento del proprio
desiderio costituisce una condizione addirittura vitale per sé; per questo
motivo non può trovare spazio alcuna rinuncia o concessione
all’avversario.
Come se ciò non bastasse, da tali condizioni si arriva
senza difficoltà a sviluppare una dinamica per cui i due protagonisti del
conflitto arriveranno a lottare non più tanto per l’oggetto, ma proprio per
eliminare il proprio rivale. Infatti se
non c’è spazio al riconoscimento reciproco, lo scontro diventa occasione di
annientamento dell’avversario. Si tratta di una dinamica ben conosciuta a chi
ad esempio abbia avuto modo di assistere a sedute di mediazione familiare nelle
quali i toni del conflitto fossero decisamente elevati: in questa guerra ogni
strumento è lecito per giungere alla vittoria.
Ci chiediamo a questo punto quale spazio possa
trovare la mediazione nel contesto sin qui abbozzato; per meglio dire, la
nostra attenzione è rivolta a quali siano le condizioni e le modalità per mezzo
delle quali tale processo riesce a produrre una trasformazione a livello della
relazione conflittuale. Sappiamo, con le parole di J. Morineau, che “la sua specificità è quella di accogliere
il disordine. Ma in quale modo la mediazione può far fronte a un simile
intento? Il conflitto è la manifestazione più rappresentativa del disordine,
sia a livello individuale che collettivo. [….] Per rispondere all’attesa,
bisogna essere coscienti del carattere eccezionale dell’incontro che avviene
con la mediazione”.
Il
nostro interesse si focalizzerà allora sull’incontro, e sul ruolo del mediatore
nel favorire tale dinamica. In questo lavoro ci aiuta una percezione del
conflitto quale fenomeno relazionale soggetto a continue trasformazioni, motivo
per cui esso rappresenta un’esperienza potenzialmente positiva per gli attori
coinvolti. In questo contesto il compito del mediatore sarà quindi quello di
accompagnare le parti nella loro interazione, a partire da quello che mi sento
di ritenere un presupposto fondamentale per la realizzazione di un incontro
veramente umano, ovvero l’attuazione del riconoscimento reciproco. È importante
sottolineare però come per riconoscimento reciproco si intenda qualcosa che
trascende la semplice accettazione contingente: diviene invece accoglimento
dell’unicità e della diversità dell’Altro.
Peculiarità
della mediazione, in tale percorso, è la volontà di orientarsi a sostenere e
incentivare l’esperienza comune delle parti in conflitto, così che queste ne
facciano una risorsa attivabile per la gestione del loro rapporto; il tutto
trascendendo la semplice ricerca del compromesso o dell’adattamento reciproco.
Naturalmente si tratta di un obiettivo non facile, soprattutto in quelle
situazioni (quali spesso sono, ad esempio, le separazioni coniugali) nelle
quali tendono a prevalere bisogni antagonistici e prospettive che si fondano su
obiettivi diversi. La mediazione familiare offre allora la possibilità,
attraverso il sostegno di un terzo, che la ridefinizione delle rappresentazioni
di Sé e dell’Altro possa avvenire per mezzo di un confronto tra i soggetti
coinvolti, mettendo loro a disposizione uno
“spazio di parola”: un luogo nel
quale è concesso “di dire e di ascoltare”,
permettendo il realizzarsi di un incontro e di un recupero di parti di Sé,
dell’Altro e del rapporto stesso che li ha uniti, e che sotto tale profilo
continuerà ad unirli.
Accompagnare
le persone che vivono un conflitto a riscoprire che appartiene a loro stessi la
possibilità di gestire in modo trasformativo la propria modalità relazionale,
sperimentando un nuovo modo di vedere se stessi, l'Altro e la propria
relazione: in questo potremmo dire si sostanzia, in sintesi, la promessa della mediazione.
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